Vittorino Andreoli: “Mi preoccupa l’agonia della civiltà”
Fonte: avantionline.it
26 marzo 2026 | Umberto Piccinini
Vittorino Andreoli, meglio il Professor Vittorino Andreoli, non ha sicuramente bisogno di presentazioni. E’ lo psichiatra, conosciuto mondialmente, che ha “sdoganato” la fragilità. La considera una condizione umana universale, ergo, “cassandola” dal prontuario delle patologie. Ha studiato per decenni, e studia, profondamente il comportamento umano. La sua esperienza è cresciuta nei reparti, lavorando in “prima linea”. Nuotando per oltre mezzo secolo nel “mare magnum” della follia, sebbene convinto sia il cervello qualcosa di ancora inesplorato, è arrivato a conclusioni definitive. Affronta la paranoia, la demenza, la sofferenza mentale, ribadendo siano luoghi da abitare con comprensione e metodo intimamente umano. Andreoli ci ricorda la necessità di sostituire la psicologia dell’io con quella del noi. Il vero disagio oggi non è la malattia mentale, ma l’incapacità di stare insieme. Fra i rimedi principali, quelli che prescrive all’umanità, individuano la bellezza, come un gesto gentile, l’amore, ma non solo quello fra Giulietta e Romeo, come usa dire, bensì quello fra nonni e nipoti, padre e figlio.
Lo incontriamo a Modena, all’appuntamento che incontra gli scrittori, evento che si tiene al BPER Forum. Qui presenta, con la passione che lo contraddistingue, a una sala stracolma, il suo ultimo libro che ha per titolo, un’affermazione tanto decisa quanto di speranza: “Ciascun uomo può cambiare. Breviario per riscoprire la nostra civiltà”.
Un bel tomo, come quelli di una volta, seicentoottantotto pagine, edito da Solferino, ma semplice e comprensibile, dove il titolato autore ci ospita e ci conduce nella riscoperta delle nostre radici. Segue una formula tradizionale e originale a un tempo. Concepito come un antico breviario monacale, ritmato in una liturgia dell’esistenza, con una meditazione mattutina, sui quattordici principi che nell’insieme disegnano l’umanesimo, e con una lettura serale che, per un intero anno, incontrerà i personaggi edificatori della nostra civiltà. Una grande dichiarazione d’amore, del Professor Andreoli, per la storia e la cultura dell’Occidente che nasce nella Grecia classica, fiorisce nella Roma del Diritto e s’incontra con il cristianesimo per poi arricchirsi con la scienza e la tecnologia, esprimendosi attraverso figure tanto diverse quanto cruciali e affascinanti. Donne e uomini che, con il loro esempio di vita, le loro idee, hanno tracciato un cammino inarrestabile.
In un momento in cui il male domina, il loro messaggio, può aiutare a superare l’agonia che la società sta vivendo, dalla crisi della politica all’aumento della povertà, dal dilagare della violenza al fallimento dell’educazione delle nuove generazioni.
Professore, mi permetto di prendere in prestito il termine dal suo “vocabolario”, i “matti” di oggi sono i “matti” di ieri?
No la follia è radicalmente cambiata. I disturbi della mente, non riportano al male di fegato, perché dipendono da tre fattori: uno è la biologia, come si è fatti e questo vale anche per il fegato; un secondo fattore è dato dalla personalità, dalla psiche. E questa psiche cambia con il tempo. Da bambini a vecchio cambia ma cambia anche, proprio, con le esperienze. Un terzo elemento che serve a valutare un comportamento e anche la follia è l’ambiente in cui ci si comporta. Allora diventa necessario che cambiando la società, cambiando il tempo, com’è cambiato e continua a cambiare, questo incide sul tipo della follia. Così è anche il tipo di esperienze. Le esperienze che aveva un contadino, qui nella provincia del modenese, legato alla terra, davano un tipo di psicologia diversa da quello di chi vive nella grande città, a contatto con una società in grande e continuo mutamento. Quindi la psichiatria è cambiata, perché, ripeto, bisogna tener conto che emerge da questi tre fattori. Quanto lei voglia considerarla ecco che non è facile. Deve tener conto di com’è fatta una persona, quali sono le sue esperienze, di come le ha vissute, e anche di dove vive. Oggi, la grande caratteristica è che una persona, in alcuni casi, può comportarsi da folle, mentre in altri persino da saggio.
Il suo ultimo libro parte da lontano ed è maturato piano, piano. Quando si è accorto che era in atto una regressione in questa società?
Quando non c’è più rispetto della vita. Primo principio che io elenco. Rispetto della vita vuol dire che ammazzare dà una sensazione, addirittura, titanica. Io che mi sono occupato di tanti casi giudiziari, adesso ho scoperto che mentre quello racconta di avere ammazzato, vive il fatto come titanico perché è riuscito a esprimere un’esperienza di dominio. Io ti domino. Così avviene nei delitti verso le donne, dove c’è il rifiuto. L’omicida pensa “tu mi hai rifiutato” ma tu dipendi da me perché la tua vita dipende da me e ti posso uccidere. Allora, non solo si è perso il senso della vita, ma addirittura cancellarla si considera positivamente.
Quindi l’angoscia della società a cosa è dovuta?
La società vuol dire che dà frustrazione. La frustrazione è il non trovarsi considerati in maniera adeguata al suo interno. Quindi se una società è fatta di potere, il suo ruolo è di venire dominato. Noi in questa società tendiamo a ingrandire “l’Io”. Ingrandire il mio “io” deve dimostrare che qualcuno sta sotto di me, il potere. Il potere è un’espressione sociale, l’autorità e di civiltà. L’autorità è una scelta, il dominio è subito. Il concetto di “io” separato è un’invenzione recente. L’essere umano è costitutivamente relazionale. L’io non esiste senza il noi, esistiamo solo in quanto ci incontriamo, ci ascoltiamo, ci riconosciamo.
Vede patologia nel fatto che questi nuovi “Padroni dell’umanità”, come li ha definiti, regnino con la menzogna compulsiva e mitomania?
Assolutamente. Non farò dei nomi, ma può farlo lei, sono dei casi precisi di paranoia. La paranoia è proprio una patologia che vuol dire “IO POSSO TUTTO” e “POSSO DOMINARE TUTTI”. Ho addirittura scritto a uno di questi “Potenti”, anche in questo caso non farò nomi, rendendomi disponibile a trasferirmi per quindici giorni, chiaramente gratuitamente, per provare a curare la sua paranoia.
Nel suo libro fa una distinzione netta. La dico così: Società uguale a leggi, Civiltà incardinata in principi inviolabili e ne cita quattordici. Succede, a volte, troppo spesso, che una società legifera in senso contrario ai principi di una civiltà…
Certo perché non si possono legiferare contro i principi. I principi non sono legiferabili, fanno parte non del momento di quel problema pratico ma fanno parte proprio dell’uomo. Quindi vanno rispettati in quanto inviolabili. I principi su cui poggia la nostra identità, la giustizia il senso del bello nella moltitudine di modi, come l’amore, quello vero, non il potere sull’altro, ma rispetto profondo come un gesto di gentile. È costruzione, è umanità. Come le dicevo a inizio intervista, il rispetto della vita, va scomparendo. Non mi preoccupa la crisi della società, quella c’è sempre stata. Mi preoccupa l’agonia della civiltà. Perché una società si può riprendere, se perdiamo i principi, perdiamo l’umano.
E’ possibile un’inversione di rotta? Il cambiamento è nel “cervello plastico” di cui parla.
Il cervello ha una struttura plastica, lo dice la Scienza, si adatta, si modifica, cresce con l’esperienza. Noi abbiamo la possibilità di analizzare le nostre condizioni e di cercare di fare delle scelte che non siano impositive. Però il cervello va tenuto acceso e il cellulare in tasca, usato il meno possibile. La mente deve tornare a essere il centro dell’esistenza.
Quindi c’è ottimismo?
Più che ottimismo è realismo. Il realismo del grande significato dell’uomo, dell’umanesimo e della grande civiltà di cui facciamo parte.