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Tra filosofia e sentimento: la scelta di uno studente e la fortuna di avere un grande insegnante

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Fonte: lameziaterme.it

22 febbraio 2022 | Gianna Nicastri

“La scelta di uno studente dipende dalla sua inclinazione; ma anche dalla fortuna di incontrare un grande docente”.

In un momento così difficile per la scuola italiana, la frase della grande Rita Levi Montalcini, opera come uno stimolo della mente e del cuore. Quello dell’insegnante è uno dei più discussi ruoli professionali e, aldilà dello scarsa dignità che i docenti hanno nel nostro Paese sul piano economico e sociale, una delle professioni basilari della nostra società.
Se infatti, è fondamentale e imprescindibile il possesso di competenze adeguate per esercitare una qualsivoglia professione, quella dell’insegnante richiede delle abilità più specifiche, che non si traducono solamente nella conoscenza dello scibile umano o nel possesso di strumenti didattici, ma investono quella sfera intima dell’emotività che è base della personalità. Gli insegnanti entrano ogni giorno nella vita dei ragazzi, stabiliscono con loro un rapporto significativo, mai vano, e possiedono gli ingredienti giusti per tramutare il percorso adolescenziale dei ragazzi, spesso tortuoso e mai semplice, in un viaggio equilibrato, in cui mente e cuore camminano sullo stesso binario emozionale. Grazie a tutto questo, possono trovare la chiave di volta per supportare in loro la sicurezza, la voglia di imparare, il desiderio della condivisione, della relazione positiva fra pari.

Sembra difficile ai più che un docente possa rivestire un ruolo di così profondo significato che lo porta ad essere anche maestro di vita, ma è chiaro che in una relazione educativa la capacità empatica diventa fondamentale, e con essa la capacità di sintonizzarsi sullo stato emotivo dell’altro. Ciò permette ai ragazzi di stabilire delle relazioni con il mondo che li circonda e quindi condivisione e scambio reciproco. Allora avviene quel piccolo miracolo, per cui il docente riesce a fare breccia nell’animo dei suoi allievi, rompendo il muro della superficialità, a volte dell’indifferenza o o della ribellione verso un dovere percepito come imposizione, e che spinge i ragazzi a trovare una motivazione autonoma nello studio, a dare molto di se stessi per la soddisfazione di ricevere dall’altro.
Socrate parlava di maieutica ( dal greco maieutiké (téchne) “arte ostetrica”) la pars construens del metodo socratico fondato sul dialogo, come l’arte di suscitare dagli animi quelle verità che essi stessi non erano consapevoli di possedere («da me non hanno imparato mai nulla, ma da loro stessi scoprono e generano molte cose belle»).

E’ questo che fa del mestiere dell’insegnante uno dei mestieri più nobili e più difficili che esistano, dove la delicatezza, la comprensione, l’autocontrollo, l’attenzione ad ogni gesto, ad ogni azione nei riguardi degli alunni, possono costituire e generare un successo, così come possono, al contrario, essere distruttivi per la personalità di ognuno di loro.
A tal proposito , alcuni passaggi di un testo bellissimo, Lettera ad un insegnante, scritto da Vittorino Andreoli, noto psichiatra, scrittore e accademico italiano:

“E ora ti voglio parlare in questa mia lettera delle doti che fanno di te un buon insegnante e delle strategie perché tu possa espletare il tuo compito pienamente.
Credo che la prima qualità sia l’autorevolezza.
Viene percepita come caratteristica della persona ed è certo l’insieme di molti elementi. L’autorevolezza dà credibilità: ti rende punto di riferimento e le tue affermazioni assumono il significato di «verità».
I tuoi allievi se ne accorgono e ne sono certi: di fronte a un mondo di menzogne, improvvisazioni, maschere per «apparire», vedono in te la serietà.
L’autorevolezza non è mai autoritarismo, che si veste della violenza e della minaccia del potere.
La qualità che segue subito dopo è la partecipazione alla scuola. Una presenza attiva, animata dalla voglia di dare, di fare sempre meglio senza mai chiudersi in una recita fredda, seguendo uno stanco copione che si ripete da anni.

Il piacere di insegnare, ecco un altro punto su cui interrogarsi: riesci a dare un senso alla tua vita proprio per il tuo ruolo, per il fatto di proporti ai tuoi allievi come insegnante e con un sapere specifico che però trasmette al tempo stesso la gioia di quella scelta?
Nessun lavoro, senza il gusto di compierlo, può risultare gratificante e dunque efficace.

Vale quindi il principio che il piacere con cui svolgi il tuo ruolo di insegnante è proporzionato alla sua efficacia e quindi al gradimento della classe che lo dimostrerà, stando attenta e appassionandosi alla tua materia poiché vi sente dentro la tua personalità. Altrimenti il tuo competitore diventerà il computer che è disanimato, mentre tu l’anima ce l’hai: è la caratteristica che differenzierà sempre l’uomo dalle macchine”.