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ANDREOLI, LETTERA DI UN VECCHIO A UN VECCHIO

Fonte: Alto Adige 

13 febbraio 2023 - Francesco Provinciali

Lo psichiatra. «Vorrei che ognuno fosse davvero consapevole della straordinarietà di aver raggiunto questa fase della vita»

La lettera che lo psichiatra Vittorino Andreoli imbuca nella metaforica cassetta postale della vita ci spiega molte cose che riguardano il destinatario e forse ancor di più il mittente. Da costui viene spedita come un dono che ci racconta quelle che siamo soliti definire le tappe dell’esistenza, per spiegarne più compiutamente l’ultima: ciò che emerge dalla scorrevole lettura dell’ultimo libro di Andreoli “Lettera a un vecchio” (Solferino), è la pacatezza esplicativa dei toni che rendono fluida e colloquiale la narrazione.
Non vi si colgono forzature o maldestri tentativi di ammiccante persuasione, come potrebbe accadere ad un imbonitore che voglia dimostrare una magnificenza inesistente, trovo persino generoso il modo in cui – quasi senza farlo notare – l’estensore di questa lettera si rivolge al suo immaginario interlocutore raccontando di se stesso. Qui si coglie come in tutta la sua immensa produzione scientifica e letteraria una trasparente consapevolezza, talmente spontanea da sovrapporsi all’io narrante, così convincente da farci accogliere con benevola disponibilità ogni spiegazione, oltre il nostro stato d’animo del momento.
La condizione paritetica che il Prof. Andreoli evoca negli impliciti di questa missiva riguarda la situazione anagrafica di chi scrive e di chi leggerà: vecchio l’uno e vecchio l’altro, sgombrando subito il campo dalle scorie concettuali e culturali che questo aggettivo sostantivato denotativo dell’età potrebbe evocare (lo preferisce ai termini “anziano” o “terza età”) e introduce fin da subito ad una dimensione confidenziale dell’esposizione, insieme alla qualità empatica del messaggio, alla presentazione mite e convincente della teoria che implicitamente la sottende: la vita è un dono che va vissuto nella sua interezza multidimensionale, in ogni passaggio che la caratterizza per condizione dell’essere e specificità delle funzioni proprie dell’età.
Ciò riguarda ciascuno e la società poiché entrambi questi poli di considerazione hanno bisogno che venga messa in circolazione la vera ricchezza della specie umana: l’affettività, che ci permette di vivere nella consapevolezza di esserci e di sopravvivere nel buio delle più laceranti debolezze. Fondamentale è accettare la vecchiaia come condizione fisiologica dell’esistere, non mascherarla con creme, postiches, trapianti e siliconi, questo giovanilismo di maniera rende ancor più espliciti i camuffamenti che la rendono paradossalmente più riconoscibile, sotto mentite spoglie. La vita è metamorfosi, lento transito che si muove su di una linea retta, non lo convince l’idea della parabola, delle iperbole apicali e delle cadute nell’arco temporale che la contiene: ci sono processi di trasformazioni biologiche che incedono per mutazione degli stili di vita, dalla crescita all’età adulta fino alla vecchiaia il cui inizio è una sorta di convenzione sociale peraltro storicamente in evoluzione: un tempo si viveva meno e con segni più evidenti di decadimento fisico e psichico, per questo Andreoli si spinge a definire “favolosa” questa stagione esistenziale che si protrae nel tempo e di cui dobbiamo cogliere opportunità prima inesistenti: curando il corpo, l’alimentazione, il movimento per mantenere vitale quella che lui definisce ‘ humani corporis fabrica’. Con garbo e delicatezza l’autore della lettera ricorda ai coetanei che anche la dimensione della sessualità ha una sua peculiarità che si esprime come bisogno di incontro e legame dei corpi, l’eros è energia vitale che perde vigore ma non passione. Il legame d’amore si rafforza con la considerazione dell’altro.
E la stessa fragilità che rende vulnerabile il corpo e la mente con lo scorrere del tempo va letta non solo come segno di debolezza perché merita tenerezza: ‘senectus caritas est’, la vecchiaia è l’ultima sintesi dell’amore. Vivere questa stagione non si traduce in una nostalgica ricerca del tempo passato e perduto: è vero che viene un’età della vita in cui si vive più di ricordi che di speranze ma lo sguardo a ritroso anche se melanconico ha una possente valenza rievocativa.
Vi si coglie ad esempio un tipo di memoria focalizzata su eventi, persone, incontri, sentimenti, vissuti, una rievocazione mirata, persino iconica, fotografica, intima, quasi non esprimibile compiutamente: per chi sa che il tempo che resta può essere breve, i richiami del passato, anche quelli più lontani hanno una straordinaria potenzialità di immedesimazione nel “qui e adesso”. Ci sono ricordi che attraversano tutta la vita e a volte spiegano il presente.
Così come esiste una memoria più estesa, ampia, omnicomprensiva che abbraccia verso la fine dell’esistenza l’idea che ci siamo fatti di noi stessi, degli altri, del mondo: la filosofia la chiamerebbe Weltanschauung, San Paolo la definirebbe “ricapitolazione di tutte le cose”, Emanuele Severino ce l’avrebbe presentata come riflessione sullo stato attuale del mondo, fatta per passi a ritroso. Questa per Andreoli è la saggezza, una forma particolare di memoria che ingloba l’esperienza dei vissuti, ma anche quello che nella dimensione sociale e degli affetti, nelle relazioni umane, riusciamo a tramandare di positivo, l’essenziale riassuntivo ed esplicativo del senso vero dell’aver vissuto. Certo nella vecchiaia la memoria si offusca, i ricordi diventano sbiaditi, subentra una certa ritrosia nel comunicare: i linguaggi sono diversi, la vita viene considerata più per ciò che si ha davanti piuttosto che per quello che resta del passato: la soggettività dell’intera esistenza finisce per confondersi nell’oblio dell’indifferenza, per essere zittita dal chiassoso presente. La solitudine – cercata o subìta- è una conseguenza di questa sorta di disallineamento generazionale dei vissuti e dei valori fino a mettere in discussione la loro reciproca sostenibilità.
Le tecnologie, l’uso smodato di internet e dei computer non riescono – e Andreoli ce lo ricorda – a compensare la soggettività del pensiero e i drammi esistenziali delle molte facce della solitudine. Se poi subentra la malattia si pensa che la fine si avvicini, che sia l’inizio di un declino. Per non parlare dell’indebolimento cognitivo, della perdita della memoria. Nonostante tutto questo Andreoli resta convinto che sulla linea retta della vita, l’ultimo tratto – che ci avvicina a Dio anche se attraverso la fine del transito terreno - meriti di essere valorizzato, difeso e accolto come un dono, segno di una pienezza esistenziale che si esprime tra l’affettività e la fede. Perché come scrisse Erich Fromm... “morire è un’esperienza dolorosa per tutti ma morire senza aver vissuto è una cosa assolutamente insopportabile”.