Jean Dubuffet

Fonte: biennalemonsummano.it

jean dubuffet"La vera arte è dove nessuno se lo aspetta, dove nessuno ci pensa né pronuncia il suo nome. L'arte è soprattutto visione e la visione, molte volte, non ha nulla in comune con l'intelligenza né con la logica delle idee."

Figlio di un mercante di vini, Jean Dubuffet nasce il 31 luglio 1901 a Le Havre, in Normandia. All’età di 18 anni si trasferisce a Parigi per studiare all’Académie Julian, che lascia dopo sei mesi per portare avanti da solo la sua attività pittorica.

A Dubuffet spetta il merito di aver incoraggiato e sostenuto con grande rigore, nel corso della sua lunga vita, quello che lo psichiatra Vittorino Andreoli ha definito il linguaggio grafico della follia e in generale l’espressività non imbrigliata nelle trame della ragione o in quelle della consuetudine iconografica e stilistica. Il percorso artistico di Jean Dubuffet non fu lineare: sostanzialmente autodidatta, abbracciò definitivamente l’arte tra nel 1951. Con la pittura, e in seguito con la scultura, egli diede una forma concreta alla sua passione nei confronti di un’espressività estranea alla cultura dominante. Un’arte sciolta dai vincoli della tradizione, un’arte alienata prodotta da individui ai margini della società, o comunque estranei al sistema-arte.

L’Art Brut, letteralmente “arte grezza”, si contrappone consapevolmente all’arte bella o arte colta. L’Art Brut, così definita da Dubuffet nel 1945, è un’arte rozza, primordiale, non mediata, spesso scandita da una ritualità incontrollabile. Include l’arte dei popoli cosiddetti primitivi, quella dei bambini, dei malati psichiatrici, dei carcerati. È la grezza espressione di una visione libera da vincoli culturali, di coloro che vivono in condizioni di reclusione, costrizione o marginalità, ossia degli artisti inconsapevoli che vivono, spesso loro malgrado, all’insegna dell’esclusione sociale.

La ricerca di Dubuffet non fu solo artistica, ma soprattutto antropologica: qual è il legame tra espressione artistica e follia? Non fu solo un fatto estetico, ma una questione ideologica. Su sfondi i cui colori acidi o carnosi possono suscitare un’attrattiva macabra, galleggiano esili figure appena abbozzate, veri e propri graffiti nell’impasto. Paesaggio ed essere viventi sembrano un’unica creatura buffa, puerile, anti-graziosa.

Jean Dubuffet, artista fantasioso e bizzarro, volse il suo sguardo verso materiali poveri, organici e inorganci, e verso tutti quegli individui che si esprimono attraverso l’arte a prescindere dalle icone dell’arte occidentale. Art Brut è continua ricerca di un altrove, di un luogo in cui è possibile esercitare la propria libertà, costruire strutture babeliche in cui trattenere la memoria di sé, lontano dai canoni e dai riflettori della storia e della critica d’arte. È lasciare che l’immediatezza di una mente fragile fluisca, senza che ci sia una qualche celebrazione che possa impoverirne le potenzialità; è la traduzione sincera e necessaria del proprio tormento, la pulsione più recondita.

Credits: Artspecialday.com  
Photo Credits:  Italia, 1960 / Paolo Monti

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